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Ezio Scatolini, PhD in Psicologia del Lavoro e
dell'Organizzazione presso l'Università di Bologna, collabora anche con la
cattedra di Psicologia del Lavoro dell'Università di Firenze, dove attualmente
svolge attività di ricerca e didattica presso la Facoltà di Scienza della
Formazione.
Membro del direttivo dell'Associazione TTG (Teorie e
Tecniche di Gruppo); annovera molteplici esperienze residenziali centrate sullo
studio delle dinamiche di gruppo, ed è conduttore di gruppi (T-Group).
È uno
dei redattori della rivista "Psicologia e lavoro", diretta da Enzo
Spaltro.
Si occupa di ricerca-intervento e formazione degli adulti per diverse
organizzazioni: le aree affrontate riguardano essenzialmente l'analisi
dei processi intra ed inter-organizzativi da un punto di vista
psicosociale, la formazione e la gestione di gruppi di lavoro, la
qualità e mentalità di servizio nel pubblico/privato, i climi e le
culture organizzative. E' autore di vari articoli divulgativi inerenti
alla psicologia organizzativa, e presso Patron di due pubblicazioni:
Legami di valore, costruire credibilità nelle relazioni di fiducia, e
Leisure e salute e mentale.
Il Re è Nudo. All’Isola d’Elba a parlarci delle nostre paure e ad analizzare i meccanismi dei comportamenti umani di fronte alla percezione del pericolo, del rischio, la HESA ha chiamato un giovane brillante specialista, docente, scrittore, Ezio Scatolini. Noi abbiamo provato a fare l’inverso, a interrogarlo per capire se anche lui, l’esperto in psicologia dei comportamenti è soggetto alle nostre stesse pulsioni. Non è stato facile.
Di fronte alla presenza di un sistema di ripresa video di TVCC le persone hanno due atteggiamenti diversi: rifiuto e sollievo. E lei come reagisce?
Sono ambedue atteggiamenti comprensibili. Io stesso considero questi sistemi l’occhio del Grande Fratello, quello che vede tutto e tutti. Ma dietro il rifiuto c’è spesso una diffusa paura della modernità.
Come mai lei stesso che esplora, in fin dei conti, e razionalizza i meccanismi psicologici, reagisce in questo modo?
Nel nostro quartiere c’è stata una grande richiesta di installare sistemi di videosorveglianza per la frequenza dei furti. E così quasi ogni metro abbiamo una telecamera che ci guarda. Certo ci sentiamo e mi sento sicuro ma anche per così dire invaso.
Che tipo di sicurezza?
Una sicurezza che noi chiamiamo “vicaria”: la mia compagna si sente più tranquilla da quando sono stati installati questi impianti e se lei si sente più sicura anche io lo sono. Anche io percepisco questa sensazione.
Non tutti però reagiscono in questo modo. Come mai?
Sì, c’è sfiducia e questo avviene quando i cittadini non si sentono protetti dal sistema di monitoraggio...
Intende dire che non si fidano?
Non è proprio così. È diverso e si tratta di un argomento di grande attualità legato al livello di fiducia che hanno i cittadini nei confronti del governo locale.
E lei come si comporta?
Io credo che il mio Comune utilizzi in modo corretto ed efficace le riprese che provengono dalle telecamere. Ma se non si ha questa fiducia, se ci sono seri motivi per dubitare che qualcuno poi controlli e verifichi le riprese, allora la reazione è negativa.
Non è anche questa sempre una sensazione “vicaria” e non diretta della sicurezza?
Sì. Tutto dipende da chi sta dietro la macchina e questo è quello che conta per i cittadini, quanto cioè sia forte il senso di fiducia verso la propria amministrazione locale.
E come viene considerata la macchina, cioè il sistema di videocontrollo?
Non è la macchina a essere considerata “cattiva”. La macchina è uno strumento e come tale è nelle mani di chi lo gestisce. E chi lo gestisce ne può cambiare gli utilizzi o non usarli o addirittura.
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